Ogni volta che ascolto “Tunnel of Love” dei Dire Straits, il tempo fa un passo indietro. Bastano le prime note e non sono più qui: torno ragazzo, con la cartella sulle spalle e tante domande sul futuro. Davanti a me rivedo l’Istituto Villari di Napoli, le mattine di scuola, le voci nei corridoi e quella leggerezza che allora sembrava normale.
Erano gli anni del Rione Luzzatti, delle strade percorse mille volte e degli amici che mi aspettavano sempre nello stesso posto. Non avevamo bisogno di molto. Una passeggiata, una battuta, un pallone e un po’ di musica bastavano a riempire un pomeriggio. Credevamo che quelle giornate non sarebbero finite mai.
“Tunnel of Love” era lì, in mezzo a noi. La ascoltavamo e sognavamo una vita grande, lontana e piena di sorprese. Io non capivo tutte le parole, ma sentivo la forza di quella musica e il modo in cui cresceva, correva, sembrava portarci altrove. Forse è proprio questo che fanno certe canzoni: ci danno un posto dove mettere i sogni quando siamo ancora troppo giovani per chiamarli così.
Oggi molte cose sono cambiate. Le strade hanno altri rumori, gli amici hanno preso direzioni diverse e gli anni di scuola sono diventati fotografie custodite nella memoria. Eppure, quando quella chitarra torna a suonare, ritrovo i volti, le risate, perfino l’aria di Napoli in certe mattine. Per qualche minuto siamo di nuovo tutti lì, giovani e convinti di avere il mondo davanti.
La musica conserva ciò che il tempo prova a portare via. E “Tunnel of Love”, per me, conserva un pezzo di gioventù: il Villari, il Rione Luzzatti e gli amici con cui ho imparato a sognare.
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